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NÉ ESTREMISTI, NÉ MODERATI

Paolo Ghezzi

Il giorno di San Valentino, al Palalottomatica, è stata ritrovata l’euforia 
(“il Manifesto” di domenica 15 febbraio ha titolato brillantemente “L’impero Romano”; sopra, la foto del tripudio ulivista intorno al faccione videoingigantito di Prodi in versione Grande Fratello [quello di Orwell, non quello di Mediaset]). Ma la questione che si pone ora all’elettore democratico può essere riassunta in alcune domande: la Repubblica fondata dalla Costituzione sta per essere (o è già stata) sloggiata de facto se non ancora de iure, da una Repubblica “premieristica” in cui il capo del governo ha poteri debordanti e scardinatori degli equilibri istituzionali? L’Italia rischia la deriva plebiscitaria? Quello di Berlusconi è già un “regime” (nel senso forte del termine) o lo sta per diventare? La società civile italiana non berlusconizzata (non solo gli apparati del centro-sinistra, quindi) deve dunque mobilitarsi in una nuova resistenza?

“Democratici costituzionali”
Il dibattito, nella sinistra italiana, è aperto, ma rischia di scivolare in questioni nominalistiche (di “regime” si può parlare se e solo se...) poco proficue. Più interessante del “come chiamarlo”, mi pare la discussione sul “che fare”, a cui tra gli altri si sta dedicando con intensità, negli ultimi mesi, il quotidiano “l’Unità”. Nell’editoriale di domenica 25 gennaio (“Estremisti e moderati”), il direttore Furio Colombo – raffinato intellettuale-giornalista, ex uomo Fiat, ex parlamentare diessino, ora guru della sinistra hard, odiato dai berluscones e osannato dai girotondisti – ha evidenziato la trappola. E io – dalla lontana e non sottomessa periferia dell’impero, l’ulivista Trentino-Alto Adige – la vedrei così.

Il primo estremista è S.B. e la risposta all’estremismo non può essere il moderatismo, ma un’opposizione radicale.
Se S.B. cita Goebbels per insultare la sinistra, è perché l’ha studiato, sa di che cosa parla. Goebbels è stato il primo regista di comunicazioni politiche di massa. Il dialogo tra il Leader e la Folla, come quell’altro sabato a un altro “pala” dell’Eur, era una specialità di Goebbels. Nei giorni della Memoria, può essere utilmente ricordato che il 18 febbraio 1943 – mentre a Monaco di Baviera arrestavano i fratelli Scholl della Rosa Bianca per un volantino antinazista – al palazzo dello sport di Berlino Goebbels chiedeva all’orda di camicie brune là schierate: «Wollt ihr den totalen Krieg?» [Volete la guerra totale?]. «Jaaaaaaa!» fu la tonante, unanime risposta. All’Eur, S.B. ha interpellato la folla, dopo avere nuovamente dichiarato guerra (d’amore, s’intende) ai fantasmi del comunismo, più o meno allo stesso modo: «Vale la pena di proseguire 
nel nostro cammino?» «Sìììììììììììììì», ha tuonato il popolo azzurro del Palaeur. S.B. si presenta come un rivoluzionario estremista: come fa l’opposizione ad essere “moderata”, e non “radicale”?
E dunque, è legittima e preziosa la linea di un giornale come “l’Unità” che, grazie alla sua direzione, ai suoi giornalisti e ai suoi commentatori (incluse le “Bananas” di Travaglio, che ci alimentano quotidianamente con la fatica e con il fastidio della memoria), fa il controcanto “radicale” alle televisioni e ai giornali allineati al Premier nel promuovere campagne di intolleranza contro chiunque osi opporsi al Verbo del Leader.
Attenzione: S.B. è un condottiero, in tedesco “Führer”, ma non il 
“Führer”. La storia non concede reincarnazioni, e l’Italia del 2004 non è la Germania del 1933. S.B. è semmai un “Verführer”, un “Seduttore”, e la parola tedesca ci fa intuire una perigliosa parentela, non solo lessicale. Anche il Duce seduceva.

Il regime non c’è ma il capo del governo progetta, con uno stile da regime, la revisione della Repubblica nata dalla Costituzione.
Penso che abbia ragione Sandro Viola: il regime (se per regime si intende la dittatura e la sospensione dei diritti democratici e civili) non c’è, oggi, in Italia, perché alle opposizioni non è precluso il Parlamento, perché la magistratura – nonostante tutto – è ancora libera e indipendente, perché S.B. ha in mano quasi tutte le televisioni, ma – obiettivamente – non dispone della maggioranza della stampa quotidiana (anzi, bisogna ammettere che solo una percentuale inferiore al 20% della tiratura complessiva nazionale è esplicitamente filoberlusconiana). Il regime non c’è, ma S.B. sta cercando di costruire qualcosa che ci assomiglia: non è un golpista dittatoriale, ma sta facendo di tutto per trasformare questa democrazia nata dall’antitotalitarismo in una Repubblica plebiscitaria fondata sulla mistica dell’Uomo Nuovo, e del Mercato Liberato, e della Libertà Restituita, e sulla sconfitta dell’immaginario Nemico Comunista. E se fosse solo la mistica alla Baget Bozzo! Il progetto di S.B., l’abbiamo visto, è una scorciatoia carismatica verso un sistema fatto di leggi ad personas, di giustizia sotto tutela, di strapotere televisivo, di propaganda falsificatrice. Il regime non c’è, ma per la salute della democrazia c’è da preoccuparsi lo stesso.

Né riformisti né rivoluzionari: democratici costituzionali
Se S.B. è un rivoluzionario estremista camuffato talvolta da moderato, e se la risposta all’estremismo forzista non può essere il moderatismo, anche la categoria del riformismo appare usurata e inadatta. Anche Tremonti e perfino Bossi si proclamano riformisti e propongono grandi riforme. Il problema è che le riforme possono essere eversive dei valori costituzionali ad oggi vigenti e fondanti la nostra democrazia. E allora, mi piacerebbe che l’opposizione non si qualificasse come moderata-riformista, ma semplicemente come “democratica”.
Si potrebbe poi aggettivare: democratici anti-autoritari, anti-plebiscitari, anti-nazionalisti (sia Forza Italia che Alleanza Nazionale il virus ce l’hanno perfino nel nome), anti-berlusconiani come conseguenza logica. “Democratici costituzionali”: ecco, se riferita alla nostra Carta repubblicana, mi sembra una definizione più precisa, che identifica i non-berlusconidi senza neanche bisogno di un “anti”.

Spirito inflessibile e cuore tenero: un’opposizione “amorevole”
Opporsi radicalmente al berlusconismo non significa affatto odiare istericamente, detestare visceralmente S.B. (e lo dice uno che ne percepisce in pieno la diversità “antropologica” rispetto ai propri maestri, modelli, punti di riferimento e compagni di strada), né i suoi amici, né i suoi elettori: anzi, una sana opposizione non indulge in alcun modo al razzismo politico, e deve essere umanamente rispettosa, o addirittura solidale con i milioni di fans che ripongono una commovente fiducia nel leader forzista, tanto quanto è politicamente determinata nello svelare, anche ai loro occhi, i trucchi e gli inganni del berlusconismo. Detta con i vecchi catechismi, si può odiare il peccato (la tentazione autoritaria, del regime teleplebiscitario), non quelli che, secondo l’opposizione, appaiono come i peccatori: né S.B. né alcuno dei suoi.
Sarà che sono appena trascorsi i giorni della Memoria, sarà che della Rosa Bianca siamo innamorati, ma mi viene in mente il motto maritainiano che Sophie Scholl, una di quegli studenti antinazisti di Monaco (ghigliottinata a 21 anni) tanto amava: «Bisogna avere uno spirito inflessibile e un cuore tenero». Sì, proprio così: teneri, compassionevoli con l’uomo S.B. che sente il bisogno di un lifting per resuscitare (e per sentirsi – come ha detto il suo dietologo – “tecnicamente immortale”), ma altrettanto inflessibili nel denunciare il premier che per quel lifting sparisce per un mese dal suo posto di comando istituzionale e con quel lifting sancisce il primato della politica dell’immagine sulla sostanza della politica, dell’ipertrofia carismatica e degli interessi privati sul bene della res publica. Affettuosi, teneri con i berlusconiani “che non sanno quel che fanno”. Duri, inflessibili con le poco democratiche inclinazioni del berlusconismo.

Un Ulivo tenero e inflessibile
Se è così, la contrapposizione analizzata da Furio Colombo, forse, si può aggirare. L’opposizione non dev’essere né moderata né estremista: può essere anche moderata nei toni ma implacabile nella sostanza. Un Ulivo tenero e inflessibile, insomma: e forse così riuscirebbe a ricucire le sue rissose anime non solo in vista e ad uso dei prossimi confronti elettorali; forse così potrebbe allargarsi “culturalmente” anche al di là delle liste e dei tricicli che sono gioiosamente confluiti nell’europrodianesimo, chissà se davvero coesivo, coerente e coeso. Forse così i “democratici costituzionali” dovrebbero porsi (e non spaccarsi) anche sui grandi temi internazionali, a cominciare da quello della guerra. Dovrebbero riuscire a combinare un’attenzione com-passionevole, ma non episodico-emotiva, bensì strutturale-permanente, nei confronti delle aree del mondo dove la dignità umana è calpestata, insieme con una dura contestazione del privilegiato strumento dell’ingerenza umanitaria che è ormai la guerra (preventiva o meno). Le menzogne di Bush e Blair rispetto all’Iraq svelano ancora una volta l’intreccio perverso tra potere politico, industria militare, interessi economici internazionali, servizi di intelligence, consenso interno e apparato propagandistico. Il “dopoguerra” (in realtà, la seminagione e l’endemizzazione della guerra civile) in Iraq, con il suo altissimo prezzo di sangue e con tutte le contraddizioni di un progetto democratico-occidentale inoculato nelle vene di un Paese non democratico e non occidentale con la siringa dell’intervento armato, è lì a chiedere un superamento dei vecchi schemi, e una rifondazione “costituzionale” a livello planetario, cominciando con ciò che resta dell’ONU.
Sembra chiedere troppo, ma in realtà è il minimo per immaginare un futuro sostenibile per il pianeta e vivibile per tutti i suoi abitanti. E anche su questo macro-versante, oltre che sul micro-scenario della politica italiana, il pensiero, le proposte, la prassi e lo stile dei “democratici costituzionali” dovrebbero essere né estremisti né moderati: ma lucidi, radicali, coerenti e conseguenti.