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IL GIORNO DELLA RIFLESSIONE DI MASSA 

Francesca Paoli

“Todos somos Madrid”, diceva il titolo di uno dei tanti articoli pubblicati dopo l’accaduto. Milioni di persone sono uscite nelle strade, nelle città e paesi della Spagna per manifestare “il dolore”, in un’atmosfera di silenzio, il silenzio di chi non sa che dire, in un momento come questo, di quiete dopo la tempesta. Ovunque volti carichi di 
tristezza e voci trattenute, strozzate, che preferiscono mostrare il loro risentimento attraverso le parole dei cartelloni, gridando a chiare lettere “assassini”, “adesso basta”, “no alla guerra”.
Ho letto molto in questi giorni, ho seguito i telegiornali e le varie interviste fatte a politici così come a critici o ad addetti alle “riflessioni post-eventi bomba”. Racconti romanzati, spesso e volentieri articoli ad effetto, descrizioni di manifestazioni con numeri da capogiro, con tanti “zero” al seguito della prima decina, e meglio ancora se all’occhio del lettore risaltava il famigerato “11”. E dopo aver visto, sentito e digerito questa “gara all’effetto”, ho deciso di rendervi partecipi di un breve commento di Vicente Verdú intitolato La morte, pubblicato nel “El País” del 13 marzo 2004 a pagina 93.

Persone, fazioni, leaders, dottrine, che ieri si stavano affrontando e erano irriconciliabili, giungono attraverso il colpo mortale all’avvicinamento e alla concordia.
Tutti sembrano potersi capire sotto l’ombra che frastorna della morte e ciò che si presenta spinoso o altisonante si dà in forma moderata o si placa per accedere ad un accordo.
I giornalisti particolarmente positivi, di ieri e di oggi, sono quelli che hanno estratto dalla commozione sofferta il valore di riunirci. Siamo distinti in quasi tutto, secondo la petulante utopia della singolarità, però la morte ci omologa facilmente, e tanto più quanto più prossima e arbitraria è. Al discorso della razionalità si oppone con energia proporzionale un altro discorso della ragione. Però il discorso razionale perde tutto il suo gran valore quando si scontra con la fermezza della morte.
Di fronte alla sua terribile malvagità, solo può la bontà estrema. Di fronte alla barbarie, solo conta la massima civilizzazione. Paradossalmente, la tragedia – etimologicamente, ciò che non ha soluzione – fa in modo che si eliminino posture di parte e s’intenti, successivamente, la sua dissoluzione in un fluido unico. Questa sostanza comunitaria segregata un po’ alla volta, a causa dei tremendi schianti funebri, costituisce il succo promettente che si riceve dalla carneficina umana, e si dovrebbe conservare questo estratto benefico per applicarlo alle innumerevoli patologie della specie. Nonostante, sfortunatamente, come già è successo molte volte, è probabile che questa pomata evapori troppo presto e si dissipi così il patetico beneficio derivato dalle morti.
Con questo fallimento, l’individuo o i gruppi si considereranno liberati della propria umanità e si vedranno spinti a ritornare a straziarsi, ferirsi o uccidersi reciprocamente con il fine di predominare.
L’epilogo fatale, a lungo provato, si concretizzerà nell’apparizione, di nuovo, della Grande Morte.
Però, di nuovo? Non è già troppo vecchio e disgustoso tutto questo? Non è già insopportabile persistere nella stessa sequenza del crimine, il pianto, la contrizione, la bomba, l’editto, la trivialità, il terrore?»

La Grande Morte risveglia i Grandi Spiriti, quindi, ma in un tempo di breve durata. E perciò è necessario far sì che questo risveglio duri più a lungo, o forse, finalmente, sarebbe cosa migliore imparare ad uscire dal solito cerchio per dar vita ad un pensiero “rinnovatore” che non ricalchi instancabilmente le stesse cose e smetta di rimuginare, rigirandosi su se stesso.
La volontà di cambiamento che si respira nell’aria, e che qui in Spagna già ha dato il suo primo segnale con le votazioni del 14 marzo, è sulla bocca di tutti. Volontà che non deve certo essere pensata in “grande”, come se un giorno di colpo ci si svegli pensando di sentirsi più umani. Umani lo si è già, è che molti lo capiscono solo così. E forse ciò che dovrebbe chiedersi il mondo oggi è “come” lo si è.
Se solo ogni persona usufruisse di tutto l’egoismo che accumula in una vita per fare un po’ d’introspezione su di sé, sarebbe un gran passo avanti. Ma guardarsi dentro costa fatica, questo è il problema e a molti non piace faticare, non è di moda. E quel che spesso mi fa ridere è vedere come la gente, tutta, alla fin fine è in cerca sempre delle stesse semplici cose: gli affetti, un lavoro, una casa, serenità e convivenza pacifica con il pezzetto di mondo che la circonda. E si ritrova a correre tutto il giorno, lamentandosi di ogni cosa, borbottando tra sé e sé, permettendosi una pausa solo per contare il numero di problemi accumulati nell’ultima settimana.
E un bel giorno scoppia una bomba, in qualche parte del mondo, e improvvisamente tutto si ferma e si comincia a pensare, a ragionare sul perché, e ci si permette di parlare dieci minuti col vicino per condividere la propria riflessione, e ci si promette d’iniziare ad apprezzare quello che si ha e a manifestare ai propri cari l’affetto che si prova. Ci si permette per un momento di essere e sentirsi umani.
Ciò che caratterizza gli spagnoli – e che, in questi giorni strazianti, io vedo come la fortuna di questa gente – è il profondo spirito di convivenza e la passione per la vita. Un’energia che traspare dai loro sguardi, una forza che già si sente nel timbro delle loro voci, una vitalità che si osserva nei colori dei loro abbigliamenti, un sentimento della vita che mi trasmette, che mi dà tanta positività e speranza. Dovremmo farne tesoro tutti.