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ELEZIONI IN TEMPO DI GUERRA E DI
IPOCRISIA
Silvano Zucal
Il 13 giugno voteremo per il rinnovo del Parlamento europeo. Si va al voto, e si sta conducendo la campagna elettorale, in un clima surreale in cui l’aria è viziata, talora irrespirabile. Un clima di guerra e soprattutto di frequente autocensura verbale. Come ha giustamente scritto Umberto Curi, la nostra è già una democrazia che ormai sconta un limite oggettivo nell’ambito delle possibilità di espressione e nella libertà di parola. Certe parole non si possono più pronunciare. O bisogna ripararsi dietro certi inglesismi incomprensibili ai più… I nostri soldati in Iraq sono in “missione umanitaria di pace” anche se (certo per autodifesa…) talora ammazzano donne, bambini, civili e sono sotto il comando di una forza occupante e quindi di fatto in guerra. Però non si può più dire che siamo in guerra, che l’Italia è scesa in guerra. Gli insorti iracheni sono tutti sic et simpliciter o terroristi o banditi. Guai ad usare addirittura la parola “guerriglia”, giammai quella di “resistenza” ad un esercito straniero che senza legittimazione internazionale ha occupato il loro territorio. Chi usa la parola “resistenti” o “partigiani” per questi insorti è già dalla parte dei terroristi, è già schierato con Bin Laden. Gli italiani presi in ostaggio e poi ammazzati (come il povero Quattrocchi) sono comunque e sempre degli eroi anche se non si sa bene per quale ragione e con quale fine fossero andati in zona bellica insieme ad altri ventimila occidentali non militari. Si dice che siano addetti alla sicurezza di imprese che tentano di lucrare sul futuro di quel disgraziato Paese: martiri ed eroi comunque.
Una democrazia in cui non si possono più usare parole scomode e non politicamente corrette è già una democrazia in cui a dettare le regole è il terrorismo internazionale del fanatismo islamista. Così come a dettarle, per reazione patologica ma sintomatica, è un libro egualmente barbaro come quello della Fallaci. Ad un amico libraio chiedo ogni giorno quanti libri della Fallaci ha venduto ovvero quante “parole-bomba nascoste” dentro un libro sono uscite dalla sua libreria… E purtroppo la contabilità è preoccupante.
Si pensava e ci volevano far credere che la guerra era non solo giusta ma anche una piacevole passeggiata per le vie di Baghdad, con folle entusiaste ed accoglienti dinanzi ai liberatori. In realtà la guerra è brutta, sporca, squallida e inumana. Solo che noi possiamo denunciare gli orrori del “nemico”, non i nostri. Noi occidentali siamo i pacificatori e i portatori del grande messaggio democratico. Noi abbiamo abbattuto il tiranno che prima era dei “nostri” ed ora tutto ci è permesso, tutto è legittimo. Cosa vogliono mai questi fanatici? Perché non si accomodano nel salotto buono della nostra raffinata e accogliente democrazia?
Questo quindi è un primo dato: a giugno noi voteremo (dobbiamo rendercene conto) in una democrazia a sovranità limitata: non solo per il potere mediatico straripante del grande Seduttore interno, ma anche per l’allentamento della nostra libertà verbale, del nostro confronto democratico autentico, dovuto al contesto internazionale e alla sciagura di questa terribile avventura in terra irachena.
L’Europa che vogliamo
Sono elezioni europee. Occorre sottolineare quest’aggettivo. E sono elezioni europee importanti mai come in quest’occasione. Si vota ben in venticinque paesi. Entrano nuove nazioni (anche ex repubbliche sovietiche), si eliminano confini, si discute (e forse verrà approvata) una nuova Costituzione. Cose semplicemente inimmaginabili fino a qualche tempo fa.
La partita europea sembra abbastanza limpida, almeno in Italia. Ci sono due modelli d’Europa a confronto. E la divisione non è più (su questo terreno) quella abituale dello schieramento conservatore o progressista. La maledetta guerra irachena ha mostrato che c’è un’Europa che vuole una prospettiva multilaterale, che non si ritiene commissariata da Bush, che investe su un futuro comune, anche se magari a gradi d’integrazione diversa e progressiva per i diversi paesi. E c’è un’Europa schierata pregiudizialmente con gli Stati Uniti e con l’amministrazione di quel Paese, schierata al punto di seguire senza batter ciglio addirittura la follia della guerra preventiva. È un’Europa che boicotta il processo costituzionale, la crescita nell’integrazione a tutti i livelli.
L’Italia del grande Seduttore, rovesciando decenni di politica europeistica italiana, si è schierata con i boicottatori. Insieme alla Spagna di Aznar. Ha alimentato, in modo talora volgare (Bossi e Tremonti), la contrapposizione popolo-eurocrazia. Ora la nuova situazione spagnola, che ha visto il trionfo di Zapatero, toglie suspence alle elezione europee per quanto riguarda i futuri equilibri europei. Ormai il Seduttore è l’unico – ed isolato – grande boicottatore tra i Paesi europei che contano. Anche se i risultati elettorali saranno tendenzialmente sfavorevoli ai governi in carica, come è già accaduto in Francia con le amministrative e come potrebbe accadere in Germania (e speriamo anche in Italia), l’equilibrio è ormai di nuovo a favore dei multilateralisti e dei favorevoli ad una maggiore integrazione. Questo è un elemento che ci offre uno spiraglio di speranza ancor prima che si aprano le urne.
Il primo tempo di una campagna elettorale infinita
Queste elezioni europee rappresentano anche il primo tempo delle elezioni politiche in Italia. E sono oltretutto elezioni con sistema proporzionale. Un sondaggio e una verifica del peso delle diverse forze politiche. Una campagna elettorale infinita che, dopo le europee, vedrà nel 2005 le amministrative e poi, finalmente, le politiche del 2006.
Come si presentano i due Poli? Si dice che il governo del grande Seduttore sarebbe in affanno, che comunque investirà tutto quello che potrà in dimensione mediatica e in promesse immaginifiche per reggere la sfida che si presenta per lui problematica. La partita è tutt’altro che già chiusa e non è bene farsi troppe illusioni o abbandonarsi a sogni pericolosi. Quello che qui interessa analizzare è come i due Poli pensano d’intercettare l’elettorato.
Il centro-destra propone il classico assetto tripolare integrato che appare già dai manifesti: Forza Italia che si gioca tutto sulla fascinazione indotta dal Seduttore (peraltro ineleggibile), AN che tenta di incrociare il voto moderato e della destra responsabile, i centristi di Follini (ritratto tra i bambini, non a caso) che cerca la sfida al centro con la Margherita. Ciò si integra con la Lega, dimensione populista e di destra estrema, in parte dentro e in parte al di fuori del sistema d’alleanza (in modo simmetrico rispetto a Rifondazione nell’altro campo). Mi pare che l’elettore di centro-destra classico abbia di fronte un’offerta politica adeguata per tutti i palati, esigenti o meno. Oltretutto è da sempre un elettore meno esigente. Unica difficoltà per il Polo del grande Seduttore è la piccola “eresia” di Alessandra Mussolini e (ma qui tutto è più facilmente riconducibile entro i confini tradizionali dell’alleanza) il partito della Bellezza dell’incredibile coppia Sgarbi-La Malfa. O il tentativo, piuttosto velleitario, della coppia Segni-Scognamiglio. Certo per gli equilibri interni alla Casa delle Libertà saranno comunque elezioni molto importanti. In particolare i centristi di Follini: se non ottengono gli agognati dividendi di una posizione differenziata subiranno pesanti conseguenze.
Sul fronte dell’Ulivo la situazione è paradossalmente più complicata. Abbiamo la grande novità della lista Prodi o “quadriciclo” (Margherita-DS-SDI-Repubblicani dissidenti). È una lista di Prodi senza Prodi. O meglio: la lista di un Prodi che ora appare e ora scompare. E questo è già un punto di debolezza. È una lista che va benissimo per la Margherita e per lo SDI (non a caso Boselli è trionfante ed è felice perfino De Mita) e per i transfughi repubblicani, ma è una lista di grande sofferenza per i DS (qualcuno ha anche parlato di “margheritizzazione” dei DS). Può forse funzionare, in questa occasione, perché l’elettore può pragmaticamente votarla per dare un segnale a Berlusconi. Ma non la vedo, almeno ad oggi, come una prospettiva trionfale. È comunque positivo che si vada alle elezioni non solo per contarsi, non solo entro una logica di parte: ma l’iniziativa è nata troppo dall’alto, in modo troppo freddo, non ha dietro di sé (direbbe una filosofa come la Zambrano) una partecipazione “viscerale”. Un’ottima invenzione del laboratorio intellettuale Parisi-D’Alema-Amato, in contatto con Prodi.
Oltre ad essere calata dall’alto, poi, è troppo stretta ed angusta: in certo qual modo una sorta di “imbuto”. Un elettore pacifista e di sinistra radicale può votarla? Soprattutto: può votarla con convinzione e passione? Un giovane vi si ritrova? Potrà coinvolgere i movimenti? La questione dei movimenti è più seria di quel che si possa pensare (e di quel che pensa D’Alema). Ormai, pur nella loro eterogeneità, fanno massa critica, si consolidano, cominciano ad avere un loro spessore, una capacità di riflessione politica non limitata alla dimensione occasionale. Primo su tutti, ovviamente, il movimento per la pace. Movimenti che cercano interlocutori politici. Potrà esserlo il “quadriciclo”? Si dice che è una lista “riformista”: quasi che l’alternativa obbligata sia tra “riformisti” e “massimalisti”, o che non si possa essere di sinistra senza dover qualificarsi da subito riformisti. È il tic vetero-comunista che obbliga subito a questa precisazione: ma per chi comunista non è mai stato questo bisogno disperato di dirsi “riformisti” è qualcosa di strano e di paradossale insieme.
In realtà un progetto come quello della lista unitaria avrebbe bisogno di tre cose fondamentali, che per ora non ci sono o per lo meno non si vedono ancora in modo convincente. Primo: un vero collante ideale, che finora è molto labile e precario, con una precisa collocazione sia in Italia che nelle famiglie politiche europee (non vorremmo che il giorno dopo le elezioni i deputati europei della lista unitaria si dividessero in gruppi parlamentari diversi). Secondo: un rinnovamento brutale della classe dirigente, problema che è drammatico più per i DS che per la Margherita (una Bindi e un Castagnetti hanno una loro freschezza e non vi cogli la pesantezza di un Violante). Terzo: una capacità di allargarsi non tanto e non soltanto nella geografia politica, con un approccio inclusivo e includente, quanto e soprattutto nella geografia sociale; di creare una dialettica feconda con lo spazio sociale, più che con quello politico, che sta tra il listone e Rifondazione Comunista. Spazio che rischia altrimenti di intristirsi in una sorta di entropia politica o di tentare forme di perenne giovanilismo politico, magari fuori età. Tutte e tre queste cose sono fortemente carenti e problematiche e non a caso a tener tutto insieme è solo la leadership di Romano Prodi (che non può però diventare un’icona e neppure un alibi).
Il modello, se vogliamo, sarebbe mutatis mutandis quello della Democrazia Cristiana o del Partito Comunista (nei loro anni migliori), dove ci si sentiva davvero parte d’un insieme pur essendo talora su posizioni diversissime e confliggenti. Dove il rinnovamento della classe dirigente era fisiologico e dove il rapporto con la società esterna era evidente.
D’altro canto per la lista unitaria il modello attuale (con la sua illusione onnicomprensiva) non è l’unico possibile. Sotto sotto si ambisce ad avere come controparte la sola Rifondazione: ma questo è rischioso, difficile e richiede una particolare capacità di sintesi politica. Se questa non riesce, se non si fa ora o in futuro un Ulivo larghissimo e in cui tutti si sentano riconosciuti e partecipi, è meglio cercare di percorrere la strada tedesca. Lì, oltre alla SPD (e alla DS della ex-DDR) ci sono i Verdi, che coprono l’area a sinistra della SPD, o comunque altra rispetto ad essa, con una leadership responsabile.
Il rischio italiano, già da queste elezioni europee, è che non ci sia né l’uno né l’altro. Né un Ulivo largo, liberante ed aperto, né una realtà “altra” significativa. Quel che vediamo infatti è che oltre al “quadriciclo” e a Rifondazione (che gongola per lo spazio politico enorme che si vede spalancato dinanzi) ci sono ben altre quattro formazioni politiche in ordine sparso (con una dispersione superiore al centrodestra, nonostante il listone): la magnifica coppia dell’“altro Ulivo” di Occhetto e Di Pietro, i Comunisti Italiani, i Verdi e l’altra singolare coppia del popolarismo malinconico di Martinazzoli alleato con l’UDEUR di Mastella (e non vorremmo che arrivasse anche la lista Emily delle donne). Oltretutto non c’è più all’orizzonte un leader come poteva essere Cofferati ad aggregare quest’area altra, né i Verdi italiani, affetti da nanismo strutturale e vittime di una storia politica che viene per molti di loro da Lotta Continua, riescono ad intercettare una domanda esigente che emerge, potenzialmente anche molto ampia, dal mondo giovanile. Il rischio terribile è che le elezioni europee generino una differenziazione radicale tra due vie nel centrosinistra poi non facilmente ricomponibili.
Si dice che il “quadriciclo”, nonostante il grigiore che traspare, è una grande innovazione della politica italiana, è un rischio che si sono prese delle leadership politiche avvedute, è un progetto del futuro su cui lavorare. Può essere, ma – finita l’assemblea fondativa di Roma – non si vede in giro grande pathos. Soprattutto c’è una grave carenza di linguaggio coinvolgente. Sul linguaggio politico si gioca una partita decisiva proprio per incrociare mondi che non appartengono al gioco politico già definito. E la lista è affetta da linguaggio politico autoreferenziale, che può portare a un insuccesso. E questo è un rischio davvero grosso perché se essa fallisse il suo obiettivo (almeno un voto in più dei suoi quattro contraenti), metterebbe a rischio il ritorno di Romano
Prodi al governo nel nostro Paese. Questo è il problema contingente, ma sul piano sistemico non sono del tutto convinto che il modello proposto dal “quadriciclo” possa essere il paradigma politico scontato per il futuro del centrosinistra in Italia.
L’alternativa potrebbe essere un modello triadico: “riformisti” + sinistra + Rifondazione. Che dopo l’aggregazione del listone possa esserci un’ulteriore e diversa aggregazione della sinistra. Anche perché, come ha detto il filosofo-segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani, il rischio è che in questo Paese ci possa dire di destra, ma definirsi di sinistra sia in qualche modo proibito al di fuori di Rifondazione. Comunque i tre passaggi elettorali dovranno sciogliere in modo insieme convincente ed efficace questo nodo.
Sulla guerra non si potrà essere elusivi
La partita simbolica più rilevante si giocherà però ancora una volta sul tema della guerra. Tra i due Poli e all’interno del centrosinistra. Fin qui troppi hanno giocato con equilibrismi ed ipocrisie. Il Seduttore ha finto di non essere in guerra ma nonostante tutti i contorsionismi delle spedizioni umanitarie la guerra, la consapevolezza d’essere in guerra ormai c’è. C’è tra la gente, se ne parla nei bar. Nel centrosinistra c’è una spaccatura pericolosa. L’uscita dall’aula del “quadriciclo”, con tutto il suo carico d’ambiguità, e la successiva antipatica contestazione a Fassino con la reazione violenta di quest’ultimo dicono che il problema è stato troppo facilmente rimosso. Ci si aggrappa a Zapatero (ma Zapatero sta già ritirando i suoi), al 30 giugno, all’ONU. Tutte cose legittime. Ma c’è un punto ineludibile su cui ad un certo punto i giochi verbali si mostrano per quel che sono, forme d’elusione. La domanda brutale è una sola: si resta o non si resta in Iraq se la forza militare occupante è e rimane in modo determinante, anche dopo il 30 giugno, quella della coalizione anglo-americana? O basta una nuova risoluzione dell’ONU per legittimare quella forma d’occupazione militare? Basta un governo iracheno fantoccio? Sul “quadriciclo” questa domanda pesa come un macigno, e la risposta che esso darà imporrà una scelta forse non facile al cittadino elettore costruttore di pace e non necessariamente “riformista”.
I candidati alla Giulietto Chiesa parlano con chiarezza, forse anche troppa e talora semplificatrice. Si potrà non concordare, ma la prospettiva è chiara. Il listone è contorsionista, tranne qualche lampo di D’Alema e l’intervento sul “Corriere della Sera” di Romano Prodi. Intervento riparatorio, dopo essersene prima uscito con quella espressione orrenda, che non avremmo mai voluto sentir pronunciare da un allievo di Dossetti: si vis pacem para bellum. E credo in ultima analisi (facile profezia), che come è già avvenuto in Spagna prima di entrare nella cabina di voto ognuno penserà su tutto e prima di tutto a terrorismo e guerra. E dal posizionarsi su questi temi da parte dei Poli, all’interno dei Poli o fuori di essi deciderà come orientare il proprio consenso. |