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«IN NOME DI DIO VI SUPPLICO»
OSCAR ROMERO 24 ANNI DOPO
Fabrizio M. Forti
Siamo lieti di poter presentare ai lettori le parole pronunciate a Trento da p. Fabrizio Forti in occasione del ventiquattresimo anniversario della morte di Oscar
Romero.
Quella che tenterò di proporre è una visione personale. La lettura di un cammino che non solo Romero ha fatto, ma che una Chiesa, in quelle terre, sta facendo e che dovrebbe essere il cammino di tutta la Chiesa. Ma che così non è. Quanto avrei desiderato che fosse un confratello vescovo a parlare di un confratello qual è stato Romero. Sento parlare poco, dai vescovi, di Romero!
Oggi non siamo qui per sfogliare cartoline d’altri tempi, di 24 anni fa, quanto invece per fare memoriale. Fare memoriale significa rendere attuale, rendere presente questo mistero grande e starci dentro.
Ma è attuale un santo, un uomo a ventiquattro anni dalla sua morte? Sono attuali gli altri cento, mille, che nel silenzio dell’impegno, nel silenzio dell’odio, si sono lasciati mungere come vacche, dando la parte migliore di loro e sono stati fatti fuori da una fame di odio, da una fame di potenza che ha avuto il sopravvento? Pensiamo al vescovo Duarte, a Gherardi, ai sei gesuiti dell’Università del Centro America… Ma chi sono tutte queste persone che hanno, una dietro l’altra, donato la vita, donato il sangue, donato tutto? Credo che l’attualità di queste persone noi la scopriamo se prendiamo in mano il filo conduttore delle loro vite.
Io, quando voglio sapere la verità, vado a sentire entrambe le campane. La campana dell’esercito del Salvador sappiamo come ha suonato. Ha suonato a morte. Il vescovo Oscar lo hanno ucciso perché rovinava i piani, sconcertava. Direi che l’atto di accusa è come quello di Gesù: in nome di Dio sobillava il popolo.
Allora vado dalle persone che erano intorno a lui e tento di capire che cosa ha animato lui, prete del nostro tempo, pastore del nostro tempo, uomo credente ma con le sue paure, con le sue incertezze. Guardo i suoi scritti. Cerco la testimonianza di Joan Sobrino, anche lui gesuita dell’UCA. Mi interessa vedere il vescovo Pedro Casaldàliga. Vado a leggere cosa dice Tonino Bello, sappiamo di una sua alta meditazione nel ricordo di Romero. E terminerò con una preghiera di padre David Maria Turoldo.
Questo è il mio filo conduttore, su cui butterò dei flash di attualizzazione, dei flash di speranza. Una speranza che talvolta è offuscata da un disimpegno della Chiesa, frenata dalla prudenza, dall’incapacità di osare. Di una Chiesa non-Chiesa, di una Chiesa-struttura, di una Chiesa non più famiglia. Non più Sposa. Non più innamorata. Ma allora, che Chiesa è?
Chi grida nel nome di Dio?
Dovendo scegliere il titolo per questo incontro, ho preso le parole di
Romero, che mi sembrano la sintesi della sua interiorità: «In nome di Dio vi supplico». «Vi supplico, vi prego, vi ordino, cessi la repressione». Chi grida, oggi, in questo modo, nel nome di Dio? E perché tira in ballo Dio?
Mi piace, Oscar Romero, perché soprattutto nella prima parte della sua vita si avvicina molto ai nostri dubbi, ai nostri tentennamenti, alle nostre non-scelte. Come la mia, la sua vita è piena di incertezze, di corsa alle sicurezze della tradizione… che scuotano il meno possibile. Romero poi cambia “dentro” di fronte ad un morto. È toccato in profondità da questo suo prete, trucidato lì davanti a lui, che egli, come suo vescovo, inizialmente ostacolava perché lo vedeva un po’ troppo “rosso”.
Nella sua omelia per le esequie di Padre Rutilio, Romero inserisce il senso del suo scegliere di essere un pastore diverso, un pastore “altro”.
Vedo, in questo cambiamento interiore di Romero, la Trasfigurazione di Gesù. Romero si mette di fronte alla Legge e alla Profezia. Mosè ed Elia. È un mettere radici guardando in avanti. Questo cambia, modifica, illumina il volto, illumina il cuore… Gesù viene trasfigurato e pure questo povero vescovo. Gli apostoli sono lì, sentono che è qualcosa di interessante. Pietro non capisce molto, vorrebbe fare tre tende sulle nuvolette…
Interessante questa trasfigurazione di Romero. Da una parte a contatto con una tradizione, con un popolo, con una cultura radicata; dall’altra parte a contatto con la profezia, cioè con questo sentire in profondità una Parola che non poteva zittire, anche se ha tentato per anni di farlo, lo dice lui stesso. «La mia vita», dice Romero, «prima della morte di padre Rutilio era tutta immersa nelle carte e nelle elemosine». È bella questa confessione, che te lo mostra come uomo dei nostri tempi. Un uomo che, siccome cammina sulla strada, può sporcarsi di polvere del suo tempo, ma che ci aiuta, con la sua vita, a fare i passi che siamo chiamati a fare anche noi, dentro una Storia che ha una tradizione, ma che è anche un cammino in avanti, del quale ciascuno è responsabile. È una responsabilità personale, la responsabilità di incarnare la volontà di un papà, Dio, che vuole, attraverso di te, essere conduttore di paternità in una Chiesa che diventi famiglia visibile sulla terra.
Vedo Romero nella dimensione che dovremmo avere noi: un braccio al cielo e uno alla terra, un collegamento continuo, impastati di terra e di cielo come siamo, ma con una consapevolezza sempre maggiore, per arrivare a diventare un “tubo pulito” dal cielo alla terra. E la nostra vita, che tubo è? Ingorgato?
Vorremmo tenerci un Dio come ci piace, come ci fa comodo, ma Dio non puoi tenerlo fra le tue mani! È un Dio che si “interra” (mi sembra ancora più forte di “incarna”), va dentro la terra. Un Dio che si innesta nella selvaticità della nostra vita.
Romero è colui che continua a pulirsi gli occhi, a lavarsi gli occhi con la Parola di Dio, per vedere meglio sia il sogno di Dio, sia come realmente vengono trattate, sulla terra, le sue creature. Come viene trattata la carne di Dio nell’uomo.
Non si può confondere il cammino di Romero con altri movimenti di liberazione, perché c’è questo orizzonte spirituale, c’è questa interferenza di fede, c’è questo “tirar giù” un Dio continuamente sulla terra, non tanto perché risolva lui, quanto perché il suo linguaggio divenga comprensibile a noi che poi lo dobbiamo mediare. Quasi come le mamme che masticano il cibo e poi lo danno al bambino. Da questo nasce la profonda ispirazione di fede che motiva tutto il cammino di liberazione, della teologia della liberazione, all’interno della quale Romero vive.
È un guardare Dio guardando l’occhio della sua gente. È un guardare Dio dentro le zolle della sua terra e quindi palpitando e sentendo, diventando un termometro di quanto succede. È quello che ciascuno di noi oggi è chiamato a fare! Ma che termometro siamo, noi, della situazione storica ecclesiale in cui viviamo? La miseria che c’è intorno a noi dovrebbe diventare un monito per organizzare una vita secondo il cuore di Dio. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli…».
Oscar Romero mi insegna come avvicinarmi al cuore di Dio. Anche qui le piste sono due: questo legame stretto alla sua Parola e questo legame stretto al proprio tempo. Questa contemplazione e questa azione. Questo lasciarsi commuovere di fronte ad un morto e questo capire oltre. È una dottrina sociale della Chiesa apparentemente debole, impotente, ma in realtà forte, decisa, che sa attendere i tempi. Una dottrina sociale della Chiesa che nella sua umiltà, nella sua mitezza, nella sua non-violenza, diventa a dir poco sovversiva. E allora quante domande mi sono balzate alla mente, preparando questa riflessione.
Ma i tuoi interessi, frate, sono gli interessi di Dio? O sono gli interessi di una organizzazione umana, di una struttura consolidata alla quale bene o male sei legato?
La Chiesa non è capace di odiare e non ha nemici
Oggi sta trionfando l’idea della forza come risoluzione dei problemi internazionali, la violenza che porta la giustizia nel mondo. La forza… Come siamo illusi. Ma perché siamo ancora così piccoli da giocare su esperienze già fatte? Sappiamo che la forza distrugge. Distrugge cose ma distrugge anche persone. Distrugge i rapporti. La forza crea ulteriori vendette e adesso il mondo è in dubbio se la forza, la violenza, sia proprio indispensabile per tenere a bada il terrorismo. E corriamo alla ricerca degli alibi. In Kossovo la forza ha portato la pace? Anche a Bihac, nel nord della Bosnia? Anche lì ci sono i Serbi e la forza militare è continuamente presente perché la pace è importante. Bisogna dunque – dicono – difenderla con le armi!
«Dobbiamo dirvi, fratelli criminali…» sono parole di Romero e mi risuonano insieme quelle di Paolo VI ai tempi del rapimento di Moro… «Voglio dirvi, fratelli criminali che vi amiamo». Questa è vera diplomazia popolare! «e che chiediamo a Dio il pentimento per i vostri cuori perché la Chiesa non è capace di odiare e non ha nemici».
È questo il filo conduttore della sua esperienza religiosa interiore, che poi diventa esperienza di pastore nella sua storia, in una Chiesa che è anche Chiesa politica. Una Chiesa che sa sporcare le sue vesti con il sangue dei piccoli, con il sudore di chi non riesce a camminare, ad andare avanti. Questa è la Chiesa nella quale Romero crede e per questa Romero muore. Anzi, per questa Romero vive!
Nel quinto Consiglio Plenario dell’Ordine dei Cappuccini si è parlato della nostra presenza profetica nel mondo e si è detto che «i poveri sono il luogo privilegiato da cui un figlio di Francesco vede e proclama i valori». Il luogo privilegiato da cui io, frate, vedo e proclamo i valori. I poveri sono il luogo? Per Romero sì, e per me? Per noi? (Era molto bello quel documento, ma è già stato messo nel cassetto. Dopo hanno fatto il sesto, sulla povertà. Sembrava scritto da un bancario. Adesso stanno preparando il settimo, sulla minorità, speriamo…).
Vivo in Val di Sole. Un valle meravigliosa, ma con i suoi problemi, che vengono continuamente sottaciuti. Lassù c’è il più alto tasso dei suicidi giovanili in Italia. Quali sono i motivi di queste povertà, dove sta la causa? Ecco dove sta il vedere e il proclamare i valori. Trovandone le cause per poter liberare, per portare non carnevalate o goliardiche serate per piccoli gruppuscoli, ma la salute. E ti senti così impotente perché hai di fronte degli squadroni. Non come Romero, che si trovava di fronte gli squadroni dell’esercito armati di armi convenzionali. No, adesso hai degli squadroni che delicatamente ti sorridono, ti fregano ma ti sorridono, che credono nei loro raduni autonomi e ti evitano. Ed è difficile individuarli, alle volte, perché hanno delle reti per avvelenare il cuore dell’uomo di oggi. Ed allora qui dobbiamo metterci insieme, per guardare insieme quei segni di speranza che ci sono, per poter arare, rivoltare la terra e per permettere ad ogni persona di sentirsi bene, stimata. Sentirsi considerata, importante, valutata non un numero, non come esubero o tutt’al più un membro di un gruppo, ma quale persona unica, nella sua meravigliosa diversità.
Senza cuore e senza mente
Oggi il sistema privilegia il mercato (anche delle attività) a scapito dell’uomo, e allora capisco la modernità, che un tempo criticavamo, ma che aveva almeno la ragione come fondamento centrale del suo progresso. Oggi non siamo più nella modernità, siamo nel post-modernismo. E qual è il centro del postmodenismo, qual è il fondamento oggi attorno a cui tutto ruota?
Amo molto i Padri del deserto, sono innamorato di loro. Pacomio, Teodoro, Basilio, Antonio… Per loro l’uomo va verso la totalità, o meglio l’uomo è completo quando è capace di porre la mente nel cuore. Trasponiamo tale pensiero all’oggi: nella modernità avevamo sottolineato la mente, mancava il cuore. Nel postmodernismo manca la mente, e non c’è neppure il cuore. Il fondamento attorno a cui ruota tutto è il piacere. A questo punto comprendo la frammentazione che l’uomo sta sperimentando… E Romero mi insegna a prender insieme i frammenti dell’uomo di oggi e a ricomporli.
Questa immagine mi ricorda tutti quei pezzi di carne che, con l’ambulanza, con i miei amici, abbiamo portato dopo la grave sciagura di Stava… Quante borse del Supermercato quella sera… gonfie di pezzi di persone!
Ecco il lavoro della Chiesa che sa piegarsi e piangere sull’uomo spezzato, su questi frammenti, su un uomo che ha un grande desiderio, dentro, che è quello di ricomporsi, non solo come persona ma anche come popolo.
Credo che l’epoca del postmodernismo debba avere un nome non vago, debba avere una definizione. Una definizione che diventi l’impegno delle creature di quest’epoca, che siamo noi. Mai come in questo tempo si parla, in alcuni continenti, di solidarietà (da noi di fraternità). Io credo che le due cose vadano insieme. Può essere questo il titolo della nostra epoca. Credo che lo desideri Dio, più di noi. Ma noi ne abbiamo estremo bisogno!
Continuano ad essere vere le voci dei profeti di Israele. Anche oggi, quanto mercato di carne! «Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali … violenza e rapina accumulano nei loro palazzi», schiacciano i poveri, schiacciano l’uomo. E noi che cosa diciamo?
Questi poveri stanno completando la passione di Cristo in mezzo a noi, per una redenzione di tutti noi. Però non dobbiamo prenderlo come alibi per star fermi. Perché Cristo è venuto in mezzo a noi ed è stato lui per primo a fare una scelta preferenziale. Scelta che Romero ha fatto sua. Che Romero ha tradotto in ecclesialità.
Segnali di speranza… Ricordo qualche mese fa quando, con il Laboratorio della Pace delle Valli del Noce, si intraprese un approfondimento sul tema dell’acqua. C’era il vertice di Riva del Garda, il WTO che si è incontrato a Cancun; e noi cosa diciamo? Mi è piaciuto sentire da nonesi e solandri l’appropriarsi di una responsabilità che è tutta nostra. E noi cosa diciamo? Cosa facciamo?
Quello che poi siamo stati capaci di fare non sta forse a noi giudicarlo, ma è un rispondere a questa domanda: io, nel mio tempo, quale ruolo specifico ho, quale compito, nella mia Chiesa, nel mio Stato?
Oggi c’è da gioire; in questi giorni l’Europarlamento ha sottoscritto il rapporto Miller che sancisce, mette per iscritto, codifica che l’acqua è un diritto di tutti e non può essere mercificata. In un’epoca neoliberista sono segnali molto belli, molto più di quanto si potrebbe pensare. Ma non è tutto. C’è un secondo codicillo, nel rapporto Miller, che è passato all’Europarlamento. Guardate che sono passi piccoli, però bisogna guardarli nell’arco della grande Storia, con l’occhio di Dio, non con i nostri. Il secondo codicillo è che pure l’istruzione e la salute non possono essere privatizzate. È formidabile! Ricominciamo forse a riappropriarci di valori persi, di valori che il mercato voleva fare suoi. Perché il mercato non va avanti con il sogno di Dio. Per il mercato il sogno è quello di ingrandire il proprio capitale a scapito delle persone che lo possiedono. Non vali niente, uomo. Per il capitale tu vali meno di un porco. Per cui, se ti metti frammezzo, se mi freni il cammino io ti faccio fuori, ma non ho neanche scrupolo, perché è l’ingrandire il Capitale che farà girare la storia. «Comperate, comperate». È un vergognoso e offensivo spot televisivo. «Comperate perché così gira l’economia». E noi stiamo in silenzio!
Il luogo teologico da cui Dio ci parla
L’incarnarsi di Gesù, l’incarnarsi di Romero nel suo tempo e l’incarnarsi mio oggi. Attrezziamoci non della certezza di essere i risolutori dei problemi mondiali ma della mitezza e di quella consapevolezza di essere impotenti. Per arrivare al sogno che Dio ha su tutta la creazione, don Tonino Bello invitava alla convivialità delle differenze, religiose, politiche e sociali. «La gloria di Dio è l’uomo che vive» (Ireneo). La gloria di Dio è il povero che vive in mezzo a noi. Sogno una Chiesa che faccia diplomazia popolare, che si sporchi dentro queste politiche e che sia libera… una Chiesa che sicuramente sarà perseguitata.
E allora, prima che testimoni siamo chiamati ad essere persone che traducono la parola amore in concreto. Non amare per dare testimonianza. Al contrario, offrire testimonianza perché ci si ama. Perché due che si amano non sono lì per far vedere che si amano, no, si amano e basta. E quella loro testimonianza rallegra il mio cuore perché nel loro baciarsi vedo il colore, il profumo di Dio.
Ma che profumo sente, che colore vede la gente che mi avvicina? Vede il colore di Dio? Avvicinando Romero sì… infatti la gente lo proclama beato, canonizza Romero come santo dell’America, santo del mondo. Un santo che poi il Vaticano non ha ancora codificato, non ha riconosciuto come tale e chissà quando lo riconoscerà…
La gente questo lo legge, lo capisce perché la vita del vescovo Oscar ha un linguaggio che è il linguaggio di Gesù, e la gente lo percepisce alter Cristus. Per San Francesco è stata la stessa cosa. Diventano trasparenti, queste persone, leggibili, comprensibili. Tutti le sentono familiari a loro.
Credo che la nostra Chiesa non abbia paura delle ideologie. Adesso temo che oggi noi Chiesa abbiamo paura di Dio.
Sono stato in Brasile da poco. Ho visto, ho avvicinato la Chiesa del cardinale Arns, di Loscheider, la Chiesa di Sobrino, la Chiesa di Marcelo Barros, la Chiesa che è dentro un cammino di modernizzazione del mondo (San Paolo,
18 milioni di abitanti, impressionante…). Ho visto però anche una Chiesa che corre ai ripari, che corre alle sette, che s’aggrappa ai gruppuscoli, che rincorre soffi strani dello spirito, una Chiesa degli stadi, dove la liturgia sia una liturgia non impegnativa ma fatta solo di musica. Ma non è la Chiesa di Romero, di Duarte… No, è una Chiesa che si rifugia nella folla, negli applausi, nella teatralità, nel successo mediatico. Chiedo scusa ma mi sovviene l’immagine di Gesù che, dove vedeva troppa folla, se ne andava via… Gesù lo trovi accerchiato dalla folla quando insegna condivisione… pane e pesci… ma poi si ritira.
«Romero», dice il vescovo Casaldàliga, «mi ha confermato, mi ha sottolineato l’importanza della socializzazione dei beni di base», che è tutto il contrario della privatizzazione, come postulato fondamentale della globalizzazione neoliberista. «È la mondializzazione della speranza nel sogno di San Romero». Dio ha sempre sognato la mondializzazione. Non quella neoliberista, ma quella che ha per centro il Regno, come Dio lo pensa dall’inizio del tempi, giusto per tutti, presente per tutti, salutare per tutti.
Non posso non sottolineare quello che diceva il vescovo Tonino Bello, che è in sintonia con Romero. «I poveri sono il luogo teologico in cui Dio si manifesta, i poveri sono il roveto inconsumabile da cui egli ci parla». Poveri e Dio. Un luogo teologico e Dio che parla.
Tre sono le dimensioni che don Tonino vede in Romero come importanti, che danno solidità alla sua esistenza teologica. È lo stile di chi sta in piedi, di chi è con il bastone e la bisaccia pronto per il cammino. È il vanto di una croce; si vanta ben di poco, ma è il gloriarsi di questo Cristo, della sua persona, di quella Signoria che domina il mondo nel servizio, amando e insegnando che amare vuol dire morirci dentro. È la speranza; l’atteggiamento di colui che mentre si addensano nubi tenebrose, mentre le tribolazioni si fanno pesanti sulle spalle, non lascia spegnersi il canto sulla bocca.
C’è un aspetto, in Romero, che mi ha colpito; un aspetto che chiarisce il suo “essere continuamente sulla croce della Storia”, quando dice:
«Abbiamo incontrato i contadini senza terra, senza lavoro stabile, senza acqua, senza luce, senza scuole, abbiamo incontrato gli operai privi di diritti sindacali, licenziati dalle fabbriche, alla mercé dei freddi calcoli dell’economia. Abbiamo trovato gli abitanti dei tuguri, la cui miseria supera ogni immaginazione, come insulto permanente dei palazzi vicini. In questo mondo disumano la Chiesa della mia arcidiocesi, sacramento attuale del servo sofferente di Jahvé, ha cercato di incarnarsi».
È quel senza, quel deprivato, quell’umiliato, quel lasciato in disparte, che diventa oggetto della cura paterna, materna, del cristiano.
Parla spesso di gente sparita, di gente umiliata, Romero. E quando parla di gente sparita penso all’Argentina. Mi vengono in mente certi cardinali che erano nunzi apostolici in quelle terre. Guarda caso, è strano. Sodano era nunzio apostolico in Cile. Pio Laghi era nunzio apostolico in Argentina. Dove si trovano insieme ora…? Che stranezze… la storia! Io ricordo tre ore di colloquio con il cardinale Pio Laghi, qualche anno fa, nei momenti in cui le nonne e le mamme di Plaza de Majo gridavano… Ma quelle donne erano poveracce, illuse, povere sciocche. Gridavano anche in Italia perché volevano giustizia per i loro uomini, figli e mariti che non sapevano, e ancor oggi non sanno che fine hanno fatto. Qualcuno sapeva, poteva sapere e poteva dire perché giocava a tennis con i generali del tempo. Perché questi silenzi? Perché non siamo capaci di chiedere perdono? Finché non chiediamo perdono io credo che ci saranno delle ferite che non si chiuderanno.
«Fermatevi, fermate la guerra»
Noi ti invochiamo, Romero vescovo dei poveri, perché comprendiamo che il nostro tempo ha bisogno di questa pasta di cristiani che sanno dire con letizia la trasparenza della forza della Parola di Dio che tocca tutti.
E in nome di Dio, dico a me, dico a voi, non possiamo tacere. Lui lo diceva agli squadroni, «fermatevi, fermate la guerra». Ma oggi tocca a noi dire: «in nome di Dio incominciamo a muoverci, a discendere, a ridiscendere in mezzo alla terra dove Dio, anche oggi, vorrebbe giocare con noi». Non rimaniamo sugli spalti, a giudicare, ad applaudire o a fischiare. No, perché i poveri sono giù nel prato e quel Cristo è laggiù che gioca con loro.
Non scoraggiatevi, la notte e l’inverno non sembrano finire, ma l’alba e la primavera stanno per arrivare. Non vedete i primi bagliori o le gemme che si ingrossano sui rami?
Permettetemi di concludere leggendo David Maria Turoldo: una preghiera lirica, alta, che scrive per la morte di
Romero:
«In nome di Dio vi prego, vi scongiuro, vi ordino, non uccidete.
Soldati, gettate le armi.
Chi ti circonda ancora, fratello Romero,
Ucciso infinite volte dal loro piombo e dal nostro silenzio.
Ucciso per tutti gli uccisi, neppure uomo, sacerdozio che tutte le vittime riassumi e consacri.
Ucciso perché fatto popolo,
Ucciso perché facevi cascare le braccia ai poveri armati.
Più poveri degli stessi uccisi.
Per questo ancora e sempre ucciso.
Romero, tu sarai sempre ucciso
E mai ci sarà un Etiope che supplichi qualcuno ad aver pietà.
Non ci sarà un potente, mai
Che abbia pietà di queste turbe, o Signore?
Nessuno che non venga ucciso?
Sarà sempre così, Signore? |