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ANCHE LA VITA È UN DOCUMENTO
Maffino Maghenzani
In una delle ultime interviste, alla domanda se aveva nostalgia per la Marsica, Silone rispose che il “suo” Abruzzo poteva essere in qualunque luogo. Credo si spieghi così la risonanza internazionale delle sue opere e la stima, soprattutto all’estero, per l’uomo e lo scrittore. Il 22 agosto 1978, quando si seppe che Silone se n’era andato, giunsero messaggi tanto dalla Grecia quanto dall’India, dall’America, Israele, Argentina, Danimarca, et coetera (come scriveva lui); messaggi, articoli, testimonianze da tutto il mondo.
A partire dal 1998 ho avuto la sorte, con Michele Dorigatti, di frequentare la casa della moglie di Silone, Darina Laracy, irlandese; un giorno si parlava dell’Abruzzo, di Pescina (paese natale di Silone e custode delle sue ceneri); accennammo a Fontamara, alla fortuna del romanzo, alle innumerevoli traduzioni nelle più disparate lingue (come ben documenta Luce D’Eramo); Darina ci disse che le traduzioni venivano da sé, “senza annaffiarle”, e se da una parte questo poteva risultare strano, dall’altra era comprensibile: Silone stesso l’aveva spiegato in una introduzione al suo primo romanzo scritta appositamente per l’edizione americana. Secondo Silone il successo non poteva essere ascritto a motivi politici, ma al fatto che la sofferenza del povero è la stessa, la medesima in tutti i paesi; Fontamara aveva avuto il pregio di rivelare l’universalità del “cafone” e molti avevano riconosciuto in Fontamara la storia del proprio villaggio, galiziano o croato che fosse.
L’universalità è il retaggio dei grandi e, a detta di Piovene, Silone “è uno dei pochi nostri scrittori dotati di grandezza” che nasce, in genere, da grandi travagli, a volte “oltrepassati”, a volte sempre vivi, in continua sfida.
Per Carlo Bo, Silone è stato uno scrittore
“inquieto fino all’ultimo, uno scrittore di domande eterne, grandi problemi umani … a volte veniva da pensare che Silone fosse frenato, bloccato da incertezze di altra natura e da una profonda sfiducia, in verità era quello il suo modo di rendere sensibile agli altri il suo dramma: sentire il dolore e le pene del mondo e ritrovarsi costantemente inerme fra le vittime, senza una parola definitiva di pace, senza la parola che sana … La sincerità esige e pretende tutto, anche grossi sacrifici: pochi in questo secolo l’hanno saputo come Ignazio Silone”.
Un prezzo, evidentemente, che Silone non ha ancora terminato di pagare. La nuova bagarre è compiutamente proposta dagli amici Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese nelle pagine che seguono.
Michel David (“Le Monde”) scrisse che Silone
“ha vissuto terremoti geografici, religiosi, ideologici i quali lo hanno lasciato spogliato come i suoi cafoni. Ma come per essi, l’ironia calma, il silenzio prima della parola, le parole che non oltrepassano le cose da dire, la volontà di comprendere prendendo tempo e senza lasciarsi influenzare dai mutamenti superficiali, hanno permesso a Silone di elaborare un’opera che è una testimonianza morale, ma anche una fonte di piacere letterario. I suoi libri, scritti con le cadenze dei narratori orali abruzzesi, con la sapienza di sua madre tessitrice, sono “sinceri” ed “onesti” come il pane e il vino”.
Strano quest’odierno nuovo “caso Silone” dove, a suon di documenti, viene presentato ambiguo delatore. Stride quest’accostamento di tradimento con un uomo che irradia sincerità tanto nel messaggio quanto nel metamessaggio. Il 23 agosto 1978, ai microfoni del Tg2, Sandro Pertini parlò dell’amico Silone come un uomo
“dal cuore puro, un intellettuale onesto; un uomo che non poteva, non sapeva mentire a se stesso … Io stimo gli uomini che non mentono a se stessi, perché è già una cattiva azione mentire agli altri, ma quando uno mente a se stesso vuol dire che ha toccato il fondo”.
Darina Silone (che purtroppo ci ha lasciato il 25 luglio 2003 e di cui a breve usciranno i Colloqui che abbiamo curato con Michele Dorigatti) non ha alzato barricate o promosso crociate contro gli storici che hanno messo in piedi questo j’accuse a suon di documenti; ha sofferto, logicamente, ha fatto presente che negli anni incriminati non era accanto a Silone (incontrato dieci anni più tardi), ha ascoltato, osservato con quei suoi piccoli occhi acuti, ha cercato di capire fino in fondo ma poi, tagliando corto, ha concluso che “l’intera vita di Silone è un documento”.
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