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USCIRE DALL’APPROSSIMAZIONE, RITROVARE L’ESSENZIALE

Alberto Conci

Sono due le ragioni che ci hanno spinto a dedicare il nostro seminario annuale alla figura e alla teologia di Karl Rahner, nel centenario della nascita e nel ventennale della morte.
La prima è una ragione quasi biografica. Per alcuni di noi Rahner ha rappresentato un riferimento obbligato per comprendere la portata e la direzione della teologia conciliare e di quella postconciliare, fornendoci in qualche modo un orizzonte nel quale collocare il problema del rapporto fra il cristiano e il nostro tempo.
La seconda ragione è di carattere più specificamente teologico. Karl Rahner ha vissuto una delle stagioni teologiche più tormentate e profonde della nostra storia: ha vissuto in prima persona i drammi del totalitarismo, ha dialogato con i protagonisti della riflessione teologica e filosofica del dopoguerra, ha influenzato in profondità la stagione conciliare, e ha saputo gettare lo sguardo in avanti, immaginando le sfide che avrebbe dovuto affrontare il cristiano nel mondo, direbbe Bonhoeffer, divenuto adulto.
Per questo è importante, oggi, tornare a rileggere Rahner. Perché in tempi in cui sono forti le tentazioni restauratrici, in cui la religione è invocata per benedire tragicamente la guerra, in cui gli uomini sembrano aver perso la capacità di ritornare, senza sconti e senza paure, alla nuda fede, in cui si rifugge, come scrisse Rahner nella sua Introduzione al cristianesimo, “la fatica del concetto”, ecco in questi tempi Rahner può costringere a uscire dall’approssimazione. E a ritrovare l’essenziale.