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IL SEDUTTORE AZZOPPATO E LA SPERANZA EUROPEA
Silvano Zucal
Come non sperare?
Abbiamo letto, non senza commozione, il Preambolo della Costituzione
Europea nell’ultima riunione di redazione, dedicata all’analisi del voto europeo e di quello italiano (nella duplice tornata, europea e locale). Anzi, scherzo del destino, l’abbiamo letto a lume di candela. Un blackout ha aggiunto alla commozione una sorta di singolare solennità, quasi il senso di un passaggio storico. Perché quel Preambolo, al di là della lunga polemica sulla radici cristiane, è bello, è davvero bello. Anzi, la sorpresa è che le radici ebraico-cristiane dell’Europa ci sono tutte. Non sono – è vero – nominate esplicitamente. Ma quando si parla di un’Europa che ha come bussola «il ruolo centrale della persona, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili», a una rivistina come la nostra la memoria corre inevitabile alla grande stagione del personalismo cristiano e del dialogismo ebraico. Vengono subito alla mente il circolo di “Esprit”, Mounier, Landsberg, Ricoeur, il personalismo dialogico di Guardini, i grandi testimoni della dialogica ebraica, Buber, Rosenzweig, Lévinas, i grandi teologi anti-totalitari come Bonhoeffer e molti altri ancora. Questo grande “armistizio” europeo (ricordiamo anche la cerimonia commovente che ha ricordato il sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia – anche se l’italico Seduttore non è stato invitato), quel deporre le armi condensato nel Preambolo, quell’istanza di pace, quel voler “forgiare un comune destino”, quell’impegno ambientalista con la responsabilità verso le generazioni future e verso la Terra: tutti elementi consolanti, se solo si guarda dietro di sé, al secolo tragico che è alle nostre spalle. A un’Europa agonizzante, come dice la Zambrano, che aveva optato per la guerra civile permanente. Soprattutto colpisce quella conclusione, quasi una sorta di éschaton laico: l’Europa vuol essere uno «spazio privilegiato della speranza umana».
Credo che dovremmo riflettere a lungo su questo parto, quasi inaspettato. Certo la costruzione europea richiede ancora molto, serviranno due o tre generazioni. Ma sappiamo di poter consegnare ai nostri figli un ambito di umanità, una concrezione storica e di vissuti, una porzione spirituale che vuol essere abitabile e intende assumere una piena responsabilità per il resto dell’umanità. Su questo punto già si ferma Vincenzo Passerini – in questo stesso numero – nella sua lettera dall’Irlanda e quindi non mi sembra di dover dire molto di più.
Governi sconfitti
Venendo ad aspetti più prosaici, il primo elemento nell’analisi delle elezioni europee è la sconfitta quasi generalizzata dei governi in carica. Quest’elemento è stato utilizzato, nel dibattito politico italiano, per affermare che la questione della guerra non ha inciso punto sul risultato. Che, in fondo, i governi francese e tedesco sono stati bastonati come quello inglese. La realtà è che nel dibattito politico, in Francia come in Germania, la guerra non era presente. Quei governi avevano già sgomberato il campo da questo possibile contenzioso politico. Invece la guerra ha inciso pesantemente in Spagna (già prima delle elezioni) e in Gran Bretagna, colpendo in modo terribile il blairismo, che pure gode di una situazione economico-sociale migliore che nel resto d’Europa.
Il secondo elemento è la scarsa partecipazione dei “nuovi” paesi, un clamoroso deficit di democrazia… Basti pensare alla Polonia. Su questi paesi occorrerà prima o poi abbandonare certi clichés. Non solo sono paesi spesso secolarizzati sul piano religioso, al di là dei guasti del comunismo (e su questo basta leggersi le analisi pubblicate a Vienna da Zulehner), ma sono anche fragili nel modello partecipativo-democratico. Un grosso problema per il futuro europeo, se si dovessero assommare l’euro-scetticismo dell’Europa “vecchia” (alcuni segnali sono inquietanti) e l’accidia partecipativa dell’Europa “nuova”. Il risultato complessivo è che ci siamo trovati dinanzi alla più alta astensione generalizzata nella storia europea, e non basta invocare in questo frangente la prospettiva consolante del “silenzio-assenso”. Se c’era un’elezione in cui un segnale andava dato era proprio questa.
Un ulteriore elemento: il voto europeo è stato per lo più un voto nazionale, ma non è questa – in verità – una grande novità. Ci vorrà del tempo e serviranno dei cambiamenti strutturali e sistemici perché si crei un’opinione pubblica europea, un elettorato europeo e una stampa europea. Certo, se il voto europeo fosse anche per un candidato presidente tutto sarebbe diverso, ma oggi non può esser altro che – in larga misura – un voto nazionale.
E purtroppo è ancora un’Europa che rischia di dividersi di fronte al potere di interdizione degli Stati Uniti, ove sopravvengano nuove drammatiche emergenze internazionali di tipo bellico.
Il pantano italiano
E in Italia, cosa ha prodotto il lunghissimo tour elettorale, dalle Europee al voto locale? A bocce ferme i risultati sono ormai abbastanza chiari. Un pareggio alle europee con un crollo di Forza Italia, e particolarmente del grande Seduttore. Le sue capacità di Verführer sono state ridimensionate, l’incantamento è finito. Il prodotto-Berlusconi (come avviene per tutti i prodotti messi permanentemente in vendita) non tira più, è campana a morto, c’è oramai la sindrome della nave che affonda. Il “regime” pubblicitario-mercantile è in difficoltà, anche se non è ancora scomparso. Indubbiamente il meccanismo plebiscitario è politicamente incrinato e su questo dato possiamo politicamente festeggiare, perché ciò vuol dire che nel nostro Paese qualche forma di resistenza civile è sopravvissuta, qualche forma di resipiscenza magari opportunisticamente (nello stile italico) si è manifestata.
Quello che poteva diventare un sfondamento per il centrosinistra si è d’improvviso ridimensionato per la tenuta “iconica” della Lega (effetto del Capo malato), per il successo meridionale dell’UDC e per la tenuta di AN (ancora soprattutto al Sud). Il risultato, come ben mostrano le analisi di Diamanti, è in realtà una nuova consegna politica da parte soprattutto del Sud, che molla Forza Italia e si divide tra gli ulivisti e i partiti di Fini e Follini. Soprattutto Follini, che si giocava tutto, trionfa: hanno mobilitato tutto quello che potevano mobilitare, sfondando in Sicilia.
Il listone invece ha ottenuto i risultati che si potevano prevedere. Ha incassato tutto il voto “pragmatico” di chi voleva mandare un segnale al Seduttore. Un buon risultato, se si vuole, in un contesto proporzionale. E deve ringraziare l’altoatesina Liedlinde Gruber, che è stata votata al di là dell’effetto televisivo che non premia sempre né scontatamente né soprattutto in quelle proporzioni. Ma non è decollato nelle proporzioni che l’avrebbero reso un evento determinante nel futuro del centrosinistra. Soprattutto, al di là del risultato numerico (non esaltante ma purtuttavia dignitoso per un messaggio troppo “freddo”), ha lasciato uno spazio enorme a sinistra, con i partiti della diaspora neocomunista che superano quasi la Margherita, soprattutto se li si assomma a Verdi e Lista Occhetto-Di Pietro-Giulietto Chiesa. Ha fatto risorgere i socialisti di De Michelis. Ed egualmente non ha intercettato al centro moderato, dove appunto s’impone l’UDC.
Diverso invece il risultato alle amministrative. Qui il successo del centrosinistra unito è stato nettissimo. La geografia delle bandierine di Emilio Fede è alla bancarotta. Sarà invece felice Pierluigi Castagnetti che sa rammemorare con incredibile precisione i municipi espugnati, le province conquistate, le regioni passate all’Ulivo dall’estremo Nord fino alle Isole. Successi anche rilevanti sul piano simbolico, come il recupero di Bologna con Cofferati (con un voto straordinario al candidato “straniero”, nonostante la squallida campagna elettorale della destra), il trionfo milanese di Penati che fa sognare per il futuro del comune di Milano, la conquista della Regione Sardegna.
Risultati di questo tipo non potevano che determinare effetti deflagranti in tutti e due i campi.
Il commercialista creativo e gli occhiali di Follini
Nel centrodestra la sconfitta e l’azzoppamento del Seduttore ha determinato due risultati assolutamente imprevedibili solo poco tempo fa. In primis il licenziamento in tronco del commercialista di Sondrio con studio a Pavia: la sua finanza creativa, i suoi giochi contabili, la sua arroganza, il suo senso di onnipotenza, la maschera antipatica e anti-seducente del Seduttore, il compagno di brigata di Bossi… Tutto questo era Giulio Tremonti, passato dal “Manifesto” a Segni a Berlusconi. Ero in spiaggia quando la notizia si è diffusa e ho percepito quanto fosse amato (si fa per dire) nel Paese. Ma nello stesso momento in cui il Seduttore assumeva in proprio anche la sua maschera antiseducente (speriamo che quando “Il Margine” arriverà nelle case almeno questa sovrapposizione tra Seduttore e maschera non ci sia più, e sia evitato un conflitto d’interessi che rasenta l’indecenza cosmica) emergevano quatti quatti gli occhiali (inquietanti) di Follini.
È un uomo che è tutto occhiali, non porta solo degli occhiali. E dietro quegli occhiali si nascondono progetti pericolosi non solo per il centrodestra ma anche per il centrosinistra. Cosa nasconde Follini, ringalluzzito dai risultati siciliani di Totò Cuffaro? Cosa progetta? Follini, il “misterioso”… Logorare il Seduttore: questo può andarci bene, sfinirlo, azzopparlo definitivamente… Ma poi? Il progetto è forse quello, neodemocristiano senza Democrazia Cristiana, di scombinare i poli, di costruire grandi centri, di annullare o perlomeno di annacquare il bipolarismo. Progetto pericoloso, soprattutto se troverà sponde nel centrosinistra. Non tanto in Mastella e Martinazzoli (grande impresa quella di Mino Martinazzoli: mettere la propria faccia per portare Paolo Cirino Pomicino al Parlamento europeo…), sempre pronti, ma in settori inquieti della Margherita.
Il “caso” Rutelli
Nel centrosinistra la situazione, invece che chiarirsi, si è complicata vieppiù. Possiamo distinguere essenzialmente quattro posizioni.
La prima, che vede protagonista una parte consistente della Margherita e – dalla parte opposta – il correntone dei DS, sostiene nella sostanza che il Listone è fallito e va sciolto e mandato velocemente in archivio. Troppa diessizzazione della Margherita, si dice… O, dal lato opposto, troppa margheritizzazione dei DS… Anche l’Ulivo vecchia maniera è un relitto. Ognuno va alle elezioni, regionali e poi politiche, con la sua lista e con la sua identità e poi si raccoglie il tutto. Il problema è che una posizione come questa non è sostenuta solo da Marini, da una parte degli ex-popolari come De Mita, o – dall’altra parte – da un Cesare Salvi. Ciò che è preoccupante è il “caso” Rutelli. Prima se ne è uscito con la tesi della Federazione dei partiti sul modello dell’unità sindacale CGIL (= DS) – CISL (= Margherita) – UIL (= SDI e Repubblicani Europei). Ottima prospettiva, data l’unità sindacale che abbiamo visto all’opera negli ultimi anni… Poi ha addirittura ridimensionato questa stessa posizione, estenuando il modello federativo fino ad annullarne il senso. Rutelli, nonostante le resistenze di Parisi, della Bindi, di Cacciari, in parte di Castagnetti, rischia di diventare il nuovo D’Alema. Se il vecchio D’Alema era l’antiulivista di professione in attività permanente e il nuovo D’Alema è un ulivista radicale con l’accento commovente del neo-convertito, Rutelli sta surrogandolo. Sta diventando il macigno per una vera prospettiva unitaria.
La seconda posizione è quella del “listone dei vertici”, appunto di D’Alema, di Fassino, di Boselli, della Sbarbati (non di Rutelli). La posizione è nella sostanza questa: benissimo, ormai il listone lo abbiamo fatto e ora occorre capitalizzarne il patrimonio. Bisogna fare di questo quadriciclo una qualche forma di soggetto politico, confederato/federato, comunque con una qualche forma di cessione permanente di sovranità. Realizzata questa nuova formazione politica di tipo federale e “riformista” (parola magica) ci accorderemo con gli altri della cosiddetta sinistra radicale.
La terza posizione, in questo momento forse la più debole, è quella dei prodiani della Margherita, di Prodi stesso, degli ulivisti movimentisti (anche Occhetto e Giulietto Chiesa dopo il divorzio consensuale con Di Pietro). È quella espressa da Prodi dopo le elezioni nella contestata lettera (se ne veda il testo, insieme ad altro materiale utile per l’approfondimento, nel sito www.giovannikessler.it). Il listone va benissimo ma lo scopo non era quello della moderatizzazione dell’Ulivo, ma piuttosto il tentativo di dare una struttura credibile al centrosinistra per produrre politica e politica vera. Il tentativo cioè di offrire un’alternativa credibile al centrodestra, andando al di là della logica della frammentazione e del semplice cartello elettorale, che è una logica pericolosa perché ogni componente della coalizione lì ha un potere di veto (ogni partito per avere la propria visibilità deve differenziarsi anche in modo artificioso) e non c’è un luogo deputato dove si produca politica “insieme” in modo partecipato, dove ogni testa conti un voto. È, in altri termini, la proposta della Costituente dell’Ulivo con il contorno delle elezioni primarie per la scelta dei candidati e con gli albi degli elettori dell’Ulivo (contorno problematico quanto mai, anche se si dice che in Spagna abbia funzionato). In una parola: una rivoluzione. Sottrarre gli eletti ai vincoli dei partiti. Essa implicherebbe tout court l’eliminazione delle leadership di partito per come attualmente sono strutturate, verso una sorta di rassemblement di tipo statunitense intorno al candidato premier. Certo, un Ulivo aperto a chiunque voglia aderirvi. È la proposta partorita dal gruppo di lavoro presieduto da Scoppola su incarico di Prodi. C’è già un fuoco di interdizione contro d’essa da parte dei partiti minori (e non solo), ma gli entusiasti sostengono che è l’unica auspicabile e praticabile per un futuro politico che si ponga come davvero alternativo al centrodestra.
L’ultima, infine, è per la costituzionalizzazione delle differenze. Parte da un’analisi che rifiuta la logica dell’identità debole. L’epoca post-ideologica dopo la sbornia postmodernista del disincanto pone di nuovo e in modo forte la questione delle identità. Non è vero che la prospettiva fortemente ideale (una qualche forma di Weltanschauung politica) è ormai consegnata inesorabilmente all’insignificanza. Il rischio addirittura è che invece del tramonto delle ideologie ci troviamo dinanzi ad impressionanti cariche ideologiche (l’antiislamismo potrebbe surrogare l’anticomunismo). L’elemento identitario torna quindi d’attualità. A destra questa dimensione c’è in quattro versioni: identità localista-sciovinista (Lega); aziendalista-rampante-partitaivista (Forza Italia e il berlusconismo che c’è e rimarrà al di là di Berlusconi e delle tv); destra classica ammodernata-patriottica (AN); moderatismo cattolico (UDC). Il quadro è ben diverso nel centrosinistra. La sinistra (la parola stessa) è addirittura espressione censurata nel politicamente corretto del riformismo come pensiero unico. Ne escono soggetti identitari deboli: debole la Margherita, debole il listone, deboli i DS… Unica identità chiara quella neocomunista di Bertinotti, che ingloba tutto (dal pacifismo al terzomondismo). Sarebbe chiara anche quella verde, se non fossimo condannati a un Pecoraro-Scanio o a un Boato e se avessimo invece una classe dirigente ecologista di stampo europeo. Corriamo il rischio che il mondo che ascolta Gino Strada o Alex Zanotelli ritenga che i due poli pari sono; mentre abbiamo maledettamente bisogno che chi affolla le sale per Strada e Zanotelli si senta parte del progetto di centrosinistra, senza astenersi o votare per disperazione ancora una volta il solito Bertinotti.
Costituzionalizzare le differenze (non annacquandole ma articolandole) vorrebbe dire: riunificare la sinistra nel modo più ampio possibile, cercando di “ridire” cosa si intende oggi per sinistra al di fuori dello schema degli ex-post-comunisti. E unificare i riformisti moderati, tutti i Letta del mondo… Due grandi corpi sociali e politici che potrebbero allearsi sistematicamente. Ciò ridurrebbe al minimo l’interdizione del bertinottismo permanente e dell’estremismo. Era questo il progetto, poi smarritosi (e deliberatamente affossato dall’alleanza D’Alema-Bertinotti) di Cofferati. Chiaro che in questo schema le carte verrebbero rimescolate. Un Bersani sarebbe con l’amico Letta e la Bindi potrebbe finire segretaria generale della Sinistra… Sembra fantapolitica, ma è il problema che ha posto con lucidità Giovanni Sartori (e che ha tentato di smontare Scalfari): altrimenti la prossima volta si concederà a Bertinotti – che magari cambierà nome al suo partito, chiamandolo “Sinistra” – il 15%. Il voto giovanile è però già indicativo: con una leggera prevalenza di centrosinistra, i giovani che votano e soprattutto che partecipano (ovvero i futuri protagonisti politici) scelgono AN o Rifondazione Comunista. E segnali di questo tipo si avvertono anche in ambito europeo, come nella scissione in corso nella SPD tedesca, funzionale alla costruzione della “Sinistra”.
E Prodi?
In questo quadro così complesso, anche la leadership di Prodi è a rischio. Appare debole. Non sa che pesci pigliare. Si muove tra l’ipotesi numero tre, che è la sua, ma si rassegna all’ipotesi numero due o addirittura fa approvare da Parisi l’ipotesi numero uno. Rischia di trovarsi ancora una volta senza un proprio partito per eccesso di slancio utopico o per le manovre di Rutelli. Adesso è ancora impigliato nel ruolo di presidente della Commissione europea, ma dovrà tornare in campo con determinazione se vuole essere il vero leader. Anzitutto con una grande e umile operazione di ascolto. Così capirà, ancor prima di lanciare lettere-proclami e progetti, quale è davvero l’umore profondo del Paese, quale delle ipotesi indicate per la ristrutturazione del centrosinistra è quella da perorare e – se necessario e se si ha la forza – imporre. Soprattutto deve mettere all’angolo una domanda maliziosa che molti elettori di centrosinistra ormai si pongono: la via di Prodi è davvero e ancora quella del futuro?
Le elezioni del 2006 si vinceranno (forse) se rimarrà candidato il Seduttore e se la Casa delle Libertà imploderà grazie alle proprie accumulate contraddizioni. Il Seduttore è ferito ma non ancora vinto. Se modifica la politica economica, se fa in modo che la gente cominci a stare un po’ meglio (magari grazie ad una migliore congiuntura internazionale), chi lo toglie da lì? Basti pensare al 1996: era ferito, l’hanno tenuto su perché si pensava che fosse il più debole e il più ricattabile (con le sue grane giudiziarie) tra gli avversari politici, gli hanno lasciato i media senza fare davvero la legge sul conflitto di interessi, e poi… Il Seduttore ferito ha trionfato. Non si canti vittoria anzitempo. Ma se improvvisamente il Seduttore vien mandato a casa (per disperazione o per una congiura tipo 25 luglio) e ci si ritrova con un candidato come Casini o come Fazio o come Monti, le cose si fanno davvero difficili, forse addirittura impossibili. Il Seduttore ha riunito tutti coloro che stanno dall’altra parte del fiume, molti hanno accettato una sorta di denudamento identitario di cui pure erano gelosi. Ma se il gioco non è più così drammatico, forse l’ipotesi numero quattro, ovvero la necessità di ridisegnare le identità e di ritrovare un senso appassionante di fare politica (non solo una necessaria resistenza al Verführer) ritornerà di incombente attualità. E tutto lo scenario dovrà essere ridisegnato e rimodulato. Forse allora nascerà la nuova Repubblica. |