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Mentre
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Ci fosse sul Sudan metà soltanto della mobilitazione mondiale che ci fu per l’Iraq, a tutti i livelli e da ogni parte, ci sarebbe più futuro per i disperati della regione del Darfur,
privati di tutto e cacciati dalle loro terre. Trentamila uccisi negli ultimi quindici mesi in questa regione grande quasi il doppio dell’Italia, centosettantamila rifugiati in Ciad, un milione e duecentomila profughi rimasti nel paese devastato accolti nei campi e assistiti dagli aiuti che cominciano ad arrivare. Racconti agghiaccianti dei superstiti. Qualcuno si mobilita, ma i silenzi sono ancora troppi. E non c’è quella pressione capillare, convinta, insistente che sola può dare una svolta alla situazione. Un operatore internazionale ha raccontato al “Times”, che ne ha parlato il 21 luglio con enorme evidenza in prima pagina, che proprio mentre il segretario dell’ONU Kofi Annan il primo luglio scorso annunciava l’accordo con il governo sudanese perché imponesse lo stop all’azione delle milizie, altri massacri, puntualmente documentati, si sono verificati quello stesso giorno. I primi aiuti che arrivano, gli incontri di Ginevra, l’apparente disponibilità del governo sudanese a cambiare politica stanno facendo calare la pressione internazionale. E i massacri continuano. Il rischio è che l’attenzione sul Sudan torni quella di sempre, cioè nulla. Lasciare sulle spalle di missionari e volontari il peso della più grande tragedia politica e umanitaria dei nostri anni, che si chiama Africa, con i suoi Sudan, i suoi Congo, e con tutti gli altri nomi di paesi e villaggi che sollecitano quotidianamente la generosità e l’impegno di tante persone, è la più imperdonabile delle mancanze della politica di questi anni. (Vincenzo
Passerini)
«Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».
Cesare Pavese, La casa in collina, 1948
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